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Indizi di rinnovamento e sviluppo delle comunità dell’Occidente

Nel corso del IX secolo, a poco a poco, ebbero termine le grandi minacce costituite dalle invasioni dei Normanni da Nord, degli Ungari da Est e dei Saraceni musulmani da Sud. Questo fatto positivo si accompagnò ad altri fattori significativi.
Innanzitutto l’innovazione delle tecniche agricole – diffusione dell’aratro pesante e del giogo a collare, diffusione della pratica della rotazione triennale – che comportò un netto miglioramento delle rese dei prodotti della terra, con conseguente riduzione delle carestie e progressivo e significativo aumento della popolazione, rilancio dei commerci, rinascita delle città. In particolare in Italia le città dimostrarono segni evidenti di ripresa demografica ed economica, politica e culturale: nelle città si manifestò una forte vitalità dei ceti cittadini nuovamente protagonisti – artigiani, commercianti, mercanti, piccola nobiltà feudale che si «inurbò», cioè si trasferì in città perché lì tornarono a gravitare i centri del potere.
Italia, in particolare il centro-nord, e le Fiandre furono la «locomotiva della rinascita dell’Occidente». Tutte queste forze sociali mostrarono, insieme ai ceti più popolari, esigenze di spiritualità e di modelli autentici di vita cristiana che non sempre sacerdoti e vescovi sapevano soddisfare. Il popolo cristiano sentì l’esigenza di una nuova «primavera della fede»: la Chiesa stessa in Occidente, soprattutto grazie all’iniziativa di esperienze monastiche come quella di Cluny, divenne portatrice di questa esigenza, ma dovette confrontarsi con molti fattori di crisi presenti nelle comunità del tempo.

Una nuova «primavera della fede»

I futuri chierici, cioè le persone che sentivano la vocazione al servizio della comunità come sacerdoti, nell’alto medioevo venivano formati presso le cosiddette scuole episcopali: centri di studio costituiti presso le più importanti chiese cattedrali dove esperti di sacre Scritture e di teologia li preparavano e li formavano a guidare, come parroci, le comunità cristiane delle loro diocesi. Sempre più spesso, al ruolo di vescovo accedevano membri delle grandi famiglie della nobiltà locale: venivano scelti da e fra i più influenti rappresentanti del clero e delle famiglie nobili, d’intesa con i vescovi vicini e con il metropolita, vescovo della più importante diocesi della regione.
Come è già stato ricordato, importanti centri di cultura e di formazione erano anche le scuole monastiche, attive presso i principali monasteri d’Europa: spesso proprio lì vivevano e insegnavano alcuni degli ingegni migliori del Vecchio Continente, e lì insegnavano non solo ai futuri monaci, ma anche ad alcuni membri della nobiltà, desiderosi di offrire ai propri figli non solo un’educazione alle armi, ma anche una formazione culturale di prim’ordine.

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Eremo di Camaldoli

Abbazia di Vallombrosa

Abbazia di Santa Maria di Staffarda

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Il testo del Dictatus papae

1. Che la Chiesa Romana è stata fondata da Dio e da Dio solo.
2. Che il Pontefice Romano è l'unico che può essere giustamente chiamato universale.
3. Che lui solo può deporre o ripristinare i vescovi.
4. Che in qualunque concilio i suoi legati, anche se minori in grado, hanno autorità superiore a quella dei vescovi, e possono emanare sentenza di deposizione contro di loro.
5. Che il Papa può deporre gli assenti.
6. Che, fra le altre cose, non si possa rimanere nella stessa casa con coloro che egli ha scomunicato.
7. Che a lui solo è legittimo, secondo i bisogni del momento, fare nuove leggi, riunire nuove congregazioni, stabilire abbazie o canoniche; e, dall'altra parte, dividere le diocesi ricche e unire quelle povere.
8. Che solo lui può usare le insegne imperiali.
9. Che solo al Papa tutti i principi devono baciare i piedi.
10. Che solo il suo nome venga pronunciato nelle chiese.
11. Che questo sia il solo suo nome al mondo.
12. Che a lui è permesso di deporre gli imperatori.
13. Che a lui è permesso di trasferire i vescovi secondo necessità.
14. Che egli ha il potere di ordinare un sacerdote di qualunque chiesa voglia.
15. Che colui che egli ha ordinato può dirigere un'altra chiesa, ma non può mantenere posizioni inferiori; e che un tale non può ricevere gradi superiori da alcun altro vescovo.
16. Che nessun sinodo sia detto sinodo generale senza il suo ordine.
17. Che nessun capitolo e nessun libro sia considerato canonico senza la sua autorità.
18. Che una sentenza da lui emanata non possa essere ritirata da alcuno; e che soltanto lui, fra tutti, possa ritirarla.
19. Che egli non possa essere giudicato da alcuno.
20. Che nessuno osi condannare chi si appella alla Santa Sede.
21. Che a tale Sede vengano sottoposti i casi più importanti di ogni chiesa.
22. Che la Chiesa Romana non ha mai errato; né mai errerà per tutta l'eternità, secondo le Scritture.
23. Che il Pontefice Romano, se è stato eletto canonicamente, è senza dubbio alcuno fatto santo dai meriti di san Pietro; secondo quanto detto da san Ennodio, vescovo di Pavia, e da molti santi padri che lo hanno sostenuto. Secondo quanto contenuto nei decreti di san Simmaco papa.
24. Che, per suo comando e col suo consenso, sia legale per un subordinato di presentare accuse.
25. Che egli possa deporre o ripristinare vescovi senza convocare un sinodo.
26. Che colui il quale non è in pace con la Chiesa Romana non sia considerato cattolico.
27. Che egli possa liberare i sudditi dall'obbligo di obbedienza a uomini malvagi.

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Dall’Epistolario di Gregorio VII

Se poi con gli occhi dello spirito guardo a occidente, a sud o a nord, a stento io trovo vescovi legittimi per elezione e per condotta di vita, che si lascino guidare... dall'amore di Cristo e non dall'ambizione mondana. Fra i prìncipi secolari non ne conosco uno che anteponga l'onore di Dio al proprio e la giustizia all'interesse.

(Lettera a Ugo, abate di Cluny, 22 gennaio 1075)


I vescovi... ricercano con insaziabile brama la gloria del mondo e i piaceri della carne. Non solo sconvolgono in se stessi le cose sante e religiose, ma col loro cattivo esempio travolgono a ogni delitto anche i loro sudditi

(Lettera al vescovo Lanfranco di Canterbury, fine giugno 1073)


Sono rari i buoni che anche in tempo di pace sono capaci di servire Dio. Ma sono rarissimi quelli che per suo amore non temono le persecuzioni o sono pronti ad opporsi decisamente ai nemici di Dio. Perciò la religione cristiana – ahimè – è quasi scomparsa, mentre è cresciuta l'arroganza degli empi.

(Lettera ai monaci di Marsiglia)

Matilde «che faceva di testa sua»

Matilde di Canossa era una donna dotata di forte personalità. In gioventù abbandonò il marito che le era stato imposto dai genitori: un gesto coraggioso in un’epoca in cui anche le donne nobili avevano ben poca autonomia e, per lo più, si piegavano a matrimonio combinati per motivi di alleanza politica. A capo di uno dei feudi più grandi di Italia, lo governò in prima persona. Fu sempre leale verso i papi, anche quando i suoi vassalli si ribellarono schierandosi con l’imperatore. Quando morì, lasciò i suoi domini alla Chiesa, incurante della regola secondo cui i feudi o passavano agli eredi o ritornavano all’imperatore.

(Carlo Griguolo – Laura Fabris, Punto sulla Storia, Paravia, Torino 2001-2012)

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Il Concordato di Worms

A Worms, papa e imperatore firmarono un vero e proprio Concordato:
• l’imperatore non avrebbe più potuto concedere in alcuna forma l’investitura spirituale, simboleggiata dalla consegna all’eletto vescovo dell’anello e del bastone pastorale, simboli della sua dignità;
• in Germania, e nei territori tedeschi immediatamente sottoposti all’imperatore, l’elezione dei vescovi e degli abati sarebbe avvenuta in presenza del sovrano, o di un suo rappresentante; sarebbe dovuta avvenire senza simonia e senza violenza; sarebbe stata seguita dalla investitura dei poteri civili – come conte o marchese o duca, secondo le forme opportune dell’istituzione feudale, e la consegna dello scettro, simbolo del potere temporale – e infine sarebbe stata fatta la consacrazione episcopale;
• in Italia e nelle nazioni che riconoscevano il pontefice come loro alto signore, la consacrazione spirituale avrebbe preceduto la investitura feudale, e non sarebbe stato presente l’imperatore o un suo legato.
La Chiesa di Roma usciva dalla lotta straordinariamente rafforzata nel suo prestigio e nella sua autorità, non solo spirituale, su tutto l’Occidente: il papa si vedeva riconosciuto un primato anche civile, politico e culturale quale mai prima aveva avuto, e indiscutibilmente superiore a quello di ogni altra autorità spirituale anche nel mondo orientale e ortodosso.

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La reliquia

Di per sé la reliquia, dal latino reliquiae, «resti», è un qualcosa che rimane dei santi o della croce del Cristo, quella che secondo la tradizione è stata scoperta da Elena, la madre di Costantino. Si tratta perciò dei corpi dei santi defunti, o di una loro parte, o di oggetti che sono in qualche modo collegabili con la loro vita. Molto spesso la reliquia è costituita da un pezzetto di legno o di tessuto che in qualche modo è stato a contatto con il corpo di un santo e che pertanto si crede essere dotato del potere di suscitare un evento miracoloso.
Le prime reliquie furono i corpi dei martiri delle prime persecuzioni che venivano sepolti nelle catacombe e quindi fuori della città
Con l’Editto di Milano si permise la sepoltura di santi e di martiri nelle chiese. Ne è un esempio la Basilica di San Pietro costruita sul corpo dell'apostolo a Roma.
L’epoca d'oro per il culto delle reliquie fu il Medioevo. In questo periodo i santuari che ospitavano le reliquie erano importanti mete di pellegrinaggio. Ma vi furono anche molti abusi e, accanto alle reliquie autentiche, se ne veneravano anche moltissime fasulle. Si scatenò nel Medioevo una vera e propria corsa alle reliquie che potevano essere vendute, prese come bottino di guerra o persino rubate. Purtroppo il culto delle reliquie divenne sempre più la ricerca del miracoloso. Le reliquie non erano più cercate per seguire l’esempio del santo o del martire o per avere la sua protezione, ma vi era il grosso rischio di cadere nella pratica della magia.
È bene ricordare che la grazia che a Dio, attraverso l’intercessione di Maria e dei Santi si deve chiedere è, prima di tutto, la conversione del proprio cuore. Cercare l’intercessione dei Santi è possibile, ma Dio ascolta le preghiere di tutti gli uomini e non vi è possibilità di convincerlo a concedere una grazia perché ci si serve di una reliquia. Non è possibile né corrompere Dio né costringerlo con la magia a fare ciò che non vuole. Il modo migliore di cercare la vicinanza con Gesù è la partecipazione all’Eucaristia, dopo essersi confessati.

(Maria Rosa Poggio, Conoscere il Giubileo, LEV, Roma, 2015)

Il pellegrino

Chi è e che cosa fa

Il pellegrino cristiano è un credente che decide di mettersi in cammino verso un Luogo Santo per tre diversi possibili motivi:
per compiere un cammino di penitenza: ci si reca verso il santuario – luogo santo – come azione di penitenza, per implorare il perdono per una grave colpa commessa. Il viaggio, nel Medioevo (ma anche sino a tutta l’Età Moderna) è un momento di disagio, di prova, di difficoltà, è costellato di pericoli, alcuni anche gravi e potenzialmente mortali (come l’attacco di briganti o il rischio di trovarsi nel mezzo di guerre o di contese locali, e di essere presi in ostaggio per ottenere riscatto). Molto spesso il pellegrinaggio era proprio imposto dal confessore come penitenza necessaria a dimostrare il pentimento per qualche grave colpa commessa;
per richiedere una grazia, cioè la concessione di un’azione di misericordia e di salvezza (materiale, fisica o spirituale); grazia che si chiede a Dio attraverso l’intercessione della Vergine o di qualche santo «potente» – come gli apostoli Pietro e Paolo, o Giacomo o l’arcangelo Michele;
per dare testimonianza di fede e, al tempo stesso, rendere più forte e profonda la fede stessa, venerando i luoghi Santi, e facendo memoria delle azioni di salvezza compiute da Dio, anche attraverso i suoi santi, a favore del popolo cristiano.

La divisa


Con il tempo, il pellegrino definisce anche una sorta di vera e propria «divisa»: in un tempo in cui i segni esteriori e i simboli sono fondamentali, il pellegrino si identifica con:
• un caratteristico grande cappello con larghe falde, il petaso;
• una mantellina corta, detta anche «pellegrina»;
• un bastone di legno, chiamato «bordone»;
• una tipica bisaccia.
Il pellegrino viaggia di solito «in economia», per lo più a piedi: e lungo il cammino ha continuamente bisogno di assistenza. Lungo le principali vie di pellegrinaggio sorgono così a poco a poco ospizi o conventi di religiosi, con lo scopo preciso di dare accoglienza e ristoro ai pellegrini; e poi veri e propri, talvolta assai importanti monasteri, come quelli edificati su alcuni importanti valichi alpini – ricordiamo per tutti i monasteri del Moncenisio e di Novalesa in Val di Susa, e il monastero del Gran San Bernardo in Valle d’Aosta.

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Sacra di San Michele, Val di Susa







San Michele del Gargano



Mont-Saint-Michel



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«È Cristo che ve lo ordina!»

Poiché avete promesso di conservare la pace fra di voi […] è necessario che ora dedichiate le vostre forze ad altra impresa a servizio di Dio. È necessario che voi rapidamente portiate aiuto ai vostri fratelli d’oriente. I Turchi dalla Persia sono giunti al Mediterraneo, uccidendo, facendo prigionieri, distruggendo le chiese, rovinando il regno di Dio. Non io, ma Iddio vi comanda: tutti, cavalieri e fanti, ricchi e poveri […] si affrettino a portare aiuto ai cristiani per cacciare via dalle regioni cristiane questa razza malvagia […] è Cristo che lo ordina. A tutti quelli che andranno, se marciando o traversando il mare o combattendo contro i pagani moriranno, sarà riconosciuta la remissione dei peccati.

(Fulchiero di Chartres, Storia della conquista di Gerusalemme, in Carlo Griguolo – Laura Fabris, Punto sulla Storia, Paravia, Torino 2001-2012)

«Prendete la via del Santo Sepolcro»

Non vi trattenga il pensiero di alcuna proprietà, nessuna cura delle cose domestiche, perché questa terra che voi abitate, chiusa da ogni parte dal mare e dalle montagne, è fatta angusta (stretta) dalla vostra moltitudine, né è ricca e somministra appena di che vivere a chi la coltiva. Perciò vi offendete e combattete a vicenda, vi fate guerra e tanto spesso vi uccidete tra voi. Cessino dunque i vostri odi, tacciano le contese, si plachino le guerre e si acquieti ogni inimicizia. Prendete la via del Santo Sepolcro, strappate quella terra a quella gente scellerata e sottomettetela a voi. […] Chiunque vorrà compiere questo santo pellegrinaggio […] porti sul suo petto il segno della croce del Signore: sarà così adempiuto il precetto che il Signore dà nel Vangelo: «Chi non porta la sua croce e non viene dietro di me non è degno di me».

(Robert Le Moine, Historia Jerosolimitana, in Receuil des Historienes des Croisades, Parigi 1886)

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Le crociate: fenomeno politico, culturale ed economico

Le crociate furono un importante fenomeno politico e culturale, oltre che economico: mobilitarono in un comune obiettivo le energie di molti prìncipi e nobili della feudalità europea – proiettando all’esterno dell’Europa, verso un comune nemico, le turbolenze e le violenze di una parte significativa della feudalità continentale –; comportarono uno sforzo organizzativo ed economico notevole; favorirono nonostante tutto la reciproca conoscenza fra diversi protagonisti della storia occidentale, latina e orientale, sia bizantina e ortodossa, che musulmana.
Il pellegrinaggio armato ebbe come conseguenza politica la creazione nel Vicino Oriente di una serie di principati latini – la contea di Edessa, il principato di Antiochia, la contea di Tripoli di Siria, il regno di Gerusalemme – strutturati come domini feudali, sotto lo scettro di prìncipi francesi, fiamminghi o normanni, che imposero le istituzioni dell’Europa. Per circa un secolo, i Franchi – come venivano chiamati i crociati – dominarono, fra crescenti difficoltà, quei territori. Con straordinaria vitalità, costruirono o ricostruirono basiliche, chiese, conventi, e castelli, fondarono ordini religiosi cavallereschi, rafforzarono le comunità e le gerarchie episcopali e monastiche. Verso la fine del XII secolo, il sultano d’Egitto Salah-ad-Din (Saladino) guidò la riconquista musulmana: ai Corni di Hattin, presso il Lago di Galilea, sconfisse nel 1187 le truppe del regno di Gerusalemme, che tornò sotto il dominio musulmano: in forme e con impegno diversi, tra la metà del XII secolo e la fine del XIII, si bandirono altre sei crociate, nessuna delle quali sortì effetti positivi. La quarta, nel 1204, fu addirittura «deviata» su Costantinopoli, che venne conquistata e saccheggiata dai Latini, con orribili saccheggi e massacri: una ferita profondissima, anche nei confronti dei fedeli ortodossi, che ancora oggi è ben viva nella memoria collettiva delle cristianità orientali.

Il cavaliere medioevale

Vivere da cavaliere nel Medioevo non voleva dire soltanto essere a servizio di sovrani, ma anche abbracciare un modo di esistere con le sue regole di comportamento e le sue tradizioni. I modi cavallereschi sono ben descritti in alcune opere letterarie come Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda, La Chansons de Roland, Chansons des gestes, El Cantar de mio Cid.
L’educazione di un cavaliere iniziava tra i sei e i quattordici anni, quando della sua formazione si occupava un istitutore che doveva insegnargli a leggere e a scrivere, avendo come libro di lettura gli scritti epici elencati. I testi infatti erano popolati di figure che venivano offerti all’alunno come modelli che un buon cavaliere doveva imitare. Tra le doti richieste per essere un buon cavaliere c’erano la sapienza, l’obbedienza, l’umiltà, la lealtà, la giustizia, la fede e la pietà, ma anche la forza, la pulizia e la grazia.
Per il resto del tempo i bambini iniziavano a imparare l’uso delle armi perché saper usare la spada richiedeva non solo una notevole forza fisica, ma anche molta abilità e astuzia. Per poter combattere, ma anche per cacciare era necessario saper cavalcare con disinvoltura per sapersela cavare in ogni situazione.
Il giovane poteva iniziare a combattere a quindici-sedici anni. Un momento cruciale per ogni cavaliere era l’investitura: era la cerimonia in cui il giovane riceveva le armi da parte di un padrino che poteva essere un re o un signore, ma anche un cavaliere famoso. Così finiva il percorso di formazione e si entrava nell’ordine della cavalleria.
Alla vigilia dell’investitura il giovane si lavava, indossava abiti molto semplici e completava la sua preparazione, trascorrendo la notte in preghiera in una chiesa.
Dopo aver assistito a una messa, il padrino che era anche più anziano di lui e gli aveva trasmesso tutta la sua conoscenza, lo interrogava per verificare se avesse compiuto con successo la sua formazione. Assicuratosene lo aiutava a cingersi con la spada che, dopo essere stata sguainata dal nuovo cavaliere, veniva usata per giurare di essere disponibile a versare il proprio sangue per difendere la fede, il proprio signore e la propria terra.
Il padrino, ultimato il giuramento, gli dava un leggero schiaffo, segno di forza, ma la cerimonia si concludeva con un abbraccio col padrino e con le altre persone presenti. Una grande occasione per mostrare il proprio valore era la crociata in Terra Santa.

(Maria Rosa Poggio, Conoscere il Giubileo, LEV, Roma 2015)

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Laudato si', mi' Signore

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria
e l'honore et onne benedizione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfane,
e nullu homo ène dignu Te mentovare.

Laudato si', mi' Signore,
cum tutte le Tue creature,
spezialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno
et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante
cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significazione.

Laudato si', mi' Signore,
per sora Luna e le stelle:
in celu l'ai formate
clarite e preziose e belle.

Laudato si', mi' Signore,
per frate Vento
e per aere e nubilo
e sereno e onne tempo,
per lo quale a le Tue creature
dai sustentamento.

Laudato si', mi' Signore,
per sor'Acqua,
la quale è multo utile et humile
e preziosa e casta.

Laudato si', mi' Signore,
per frate Focu,
per lo quale ennallumini la notte:
et ello è bello e iocundo
e robustoso e forte.

Laudato si', mi' Signore,
per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta e governa,
e produce diversi frutti con coloriti fiori et herba.

Laudato si', mi' Signore,
per quelli ke perdonano per lo Tuo amore
e sostengo infirmitate e tribulazione.
Beati quelli ke 'l sosterrano in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si', mi' Signore,
per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente po' skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.

Laudate e benedicete mi' Signore et rengraziate
e serviateli cum grande humilitate.

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la Custodia di Terra Santa

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Le confraternite

Soprattutto dopo il Mille nelle città europee fioriscono le confraternite religiose, composte da laici che non pronunciavano voti – a differenza dei religiosi – né si impegnavano a vivere in comune. Si tratta di associazioni di credenti che univano volontariamente le proprie forze, mettendo insieme lavoro e beni, per provvedere a opere di carità, di assistenza, di culto. Potremmo considerarle un po’ le antenate delle moderne associazioni di volontariato o ONLUS.
Le confraternite si intitolavano a un santo (ad es. san Rocco o santa Maddalena) o a un’opera di carità (ad es. la misericordia ) o a una pratica di culto (il rosario, il santissimo Sacramento). Ubicate presso una chiesa cittadina o una cappella, venivano istituite con l’approvazione del vescovo, che le controllava, le regolava, le modificava e, se necessario, poteva anche sopprimerle.
Molte facevano riferimento a vari movimenti mistici: fra le più note e diffuse ricordiamo quelle dei «flagellanti» (o «battienti» o «battuti»): per testimoniare l’impegno a riportare la pace fra le fazioni politiche e, con essa, la misericordia, la concordia e il perdono, i confratelli organizzavano frequenti processioni, soprattutto nei tempi liturgici «forti» dell’Avvento e della Quaresima, flagellandosi, indossando il cilicio o vestiti di sacco e scalzi, in segno di penitenza.
Altre confraternite praticavano opere di carità, assistevano poveri, malati, vedove e orfani, o svolgevano attività di ospitalità o di cura (da qui il significato che attualmente diamo alla parola «ospedale».

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Nel laboratorio degli artisti

Alcuni pontefici amavano le arti e impiegavano molto denaro per abbellire chiese e palazzi. Questo interesse per l’arte, che qualcuno potrebbe ritenere un inutile spreco di denaro, era invece considerato allora un investimento, che permetteva a molte persone di vivere. Generalmente noi pensiamo che un artista sia l’unico autore dell’opera d’arte che gli è attribuita. In realtà questo è un nostro pregiudizio. Alla realizzazione di un affresco, ad esempio, partecipavano moltissime persone, tutte quelle che seguivano il maestro, che si spostava con la sua bottega fermandosi là dove un mecenate (cioè una personalità che aiutava gli artisti dando loro la possibilità di vivere) commissionava un lavoro.
Per diventare artisti era necessario andare a scuola da un maestro e l’allievo iniziava subito a lavorare applicandosi ai compiti più semplici. Dunque per realizzare un affresco servivano:
• un aiutante che stendesse sulla parete leggermente inumidita uno strato di intonaco che era chiamato «arriccio». L’intonaco era realizzato con sabbia e calce mescolate tra loro sino a ottenere una specie di composto uniforme usando dell’acqua;
• quando l’intonaco era perfettamente asciutto un altro aiutante batteva alcune cordicelle impregnate da una sostanza colorata. In questo modo si poteva ottenere una suddivisione della superficie in tanti piccoli quadratini;
• un allievo già avanti con la formazione, quando il reticolo era realizzato, iniziava usando il carboncino a riportare sulla parete il disegno abbozzato dall’artista. Una volta realizzato questo primo disegno, i bordi erano accuratamente ripassati usando il pennello intinto in un’ocra rossa molto diluita detta «sinopia»;
• prima di passare alla pittura vera e propria era necessario stendere il «tonachino» e cioè un composto ottenuto mescolando in acqua sabbia molto fine, polvere di marmo e calce. Questa sostanza doveva essere stesa sulla porzione di parete che poteva essere dipinta in un giorno e doveva rimanere sempre umida per consentire all’artista di lavorare;
• il pigmento diluito nell’acqua veniva in ultimo steso dall’artista che doveva affrettarsi nel suo lavoro perché doveva evitare che il muro si seccasse. In caso contrario il lavoro doveva essere ripetuto da capo.
Tuttavia alcuni colori come ad esempio l’azzurrite usata per realizzare il cielo non prevedevano che il lavoro fosse realizzato su un muro umido, ma che questi pigmenti fossero applicati a secco.

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Il conciliarismo

Ma lo stesso concilio aveva inteso affermare la superiorità stessa della assemblea sul vescovo di Roma: si intendeva così radicalmente ridimensionare il potere e l’effettiva autorità del papa, trasferendo all’assemblea dei vescovi – rappresentanti di tutto il popolo cristiano – molte importanti prerogative considerate proprie ed esclusive del vescovo di Roma. Si affermava cioè il conciliarismo, evidentemente opposto alla tradizione che voleva il papa come Vicario di Cristo autorità suprema della Chiesa. Le tensioni fecero di fatto proseguire per molti anni il braccio di ferro tra il concilio, che si autoconvocò nuovamente a Basilea nel 1431, contro la volontà del papa. Dopo estenuanti trattative, il problema fu risolto solo nel 1449 con la abdicazione di Felice V (Amedeo VIII di Savoia) e la nomina di Niccolò V.
Tensioni, contese, dispute di autorità fra i vertici ecclesiastici non avevano certo giovato alla vita quotidiana dei credenti, né costituito un esempio positivo. Sempre più forte, in varie nazioni d’Europa, si faceva la richiesta di una profonda riforma morale e disciplinare della Chiesa, «nel capo e nelle membra», cioè nel papato, nelle più alte gerarchie come nel sacerdozio ordinario e nel popolo. Richieste particolarmente forti in alcune regioni – in Boemia, in Inghilterra, in Germania – ma sostanzialmente auspicate in ogni angolo della cristianità.

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Il Rinascimento

Questo studio dell’antichità portò a un generale profondo rinnovamento della cultura, a cominciare proprio dall’Italia – da Firenze, da Roma, Napoli, Venezia, Milano e da molte altre città della Penisola, che divenne allora il vero cuore culturale e artistico di tutta l’Europa.
Il Rinascimento – come fu detta questa età – comportò dunque un rinnovato interesse per i testi sacri, letti e studiati nelle loro lingue originali.
Allo studio tradizionale della Bibbia nella traduzione latina di san Girolamo si unì lo studio sui testi originali del Nuovo Testamento, scritti in greco, e su quelli dell’Antico, in gran parte composti in ebraico e in aramaico. Filologia e filosofia furono studiate con altrettanto interesse e passione che la teologia.
Fra i più grandi studiosi della seconda metà del Quattrocento è necessario ricordare Erasmo da Rotterdam, un intellettuale studioso delle sacre Scritture, sincero sostenitore dell’urgenza di un rinnovamento radicale della gerarchia e del popolo cristiano, che doveva convertirsi per seguire con profonda decisione gli insegnamenti del Cristo. Erasmo invitava a conformarsi non alla mentalità corrotta del mondo, ma alla «pazzia» degli insegnamenti evangelici, alla rivoluzionaria richiesta di conversione che Gesù stesso propone, ad esempio con il Discorso delle Beatitudini.

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La Chiesa Luterana indipendente e separata da Roma

Le idee luterane conquistarono rapidamente larghi strati delle popolazioni e delle aristocrazie della Germania e dei regni Scandinavi. La Chiesa di Roma, nella persona dei suoi pontefici, in particolare di Leone X prima e di Clemente VII poi, sottovalutò per lunghi anni la gravità di quanto stava avvenendo in Germania: e anche questo fu un fattore che favorì la diffusione e la penetrazione del luteranesimo presso le popolazioni.
Si costituì, piuttosto rapidamente e nel giro di pochi anni, una Chiesa che fu detta luterana, del tutto indipendente e separata da Roma. Ogni comunità locale doveva eleggere un suo responsabile, chiamato «pastore», cui in particolare era affidata la predicazione e l’organizzazione della preghiera comune. Il pastore poteva sposarsi e avere figli, si legava alla sua comunità, ne condivideva in tutto l’esperienza di vita.
Tutti i momenti del culto, quali la preghiera, la predicazione, la celebrazione della Cena del Signore, erano officiati nella lingua del popolo, il tedesco, e con canti in lingua nazionale accompagnati dal suono dell’organo. Unica fonte di rivelazione divina fu la sacra Scrittura, mentre furono banditi insegnamenti del magistero, testi dei grandi padri della Chiesa e dei maestri della teologia occidentale, come pure le vite dei santi e della Vergine, e ogni loro rappresentazione in statue o in dipinti.

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La riforma di Giovanni Calvino

In Svizzera, la città di Ginevra divenne centro di diffusione di un’altra importante Chiesa riformata, quella che prese il nome dal teologo francese Giovanni Calvino (1509-1564).
Calvino condivideva gran parte delle dottrine di Lutero, ma elaborò una sua originale visione teologica:

• quanto alla salvezza, Calvino guardava all’umanità come a una massa corrotta e dannata, dalla quale Dio a suo imperscrutabile giudizio salva alcuni. Tale decisione è già predefinita: si parla quindi di predestinazione alla salvezza, decisa da Dio da tutta l’eternità, e rispetto alla quale il singolo non può far nulla;
• ciascuno, tuttavia, deve ricercare costantemente nella sua vita i segni della grazia divina, che inequivocabilmente «parlano» della sua eventuale appartenenza al numero dei salvati: segno della benedizione di Dio era ad esempio considerato il successo negli affari e il buon esito delle personali iniziative e progetti;
ciascuno quindi deve impegnarsi al massimo nel lavoro e in ogni attività produttiva, onorando Dio anche con i successi della propria quotidiana iniziative.
Calvino progettò una Chiesa rigidamente organizzata nel concistoro, assemblea dei capi delle comunità locali, che aveva tra l’altro il compito di vigilare severamente sulla condotta morale di tutti i membri della comunità. Chi trasgrediva gli ordinamenti della comunità doveva essere punito con il massimo rigore, fino alla scomunica e anche alla pena capitale, che il governo civile doveva impegnarsi a comminare. Calvino auspicava infatti che nelle comunità che si ispiravano ai suoi insegnamenti il potere civile fosse sottoposto all’autorità religiosa.

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La condotta degli spagnoli nel Nuovo Mondo (Bartolomé de Las Casas)

Perniciosissima è sempre stata la cecità che hanno avuto coloro cui è affidato il governo delle Indie. Ed è ben vero quello che si dice: l'applicazione delle disposizioni e delle ordinanze relative alla conversione e alla salvazione di quelle genti è stata sempre, per quel che concerne le opere e gli effetti conseguenti, rimandata e posposta, anche se con finte parole si è preteso e simulato il contrario. Tale offuscamento ha raggiunto il colmo quando sono state escogitate, comandate e messe in pratica certe intimazioni da fare agli indiani, con le quali si ingiunge loro di adottare la fede e di rendere obbedienza ai re di Castiglia, pena la guerra a fuoco e a sangue, la morte e la schiavitù. Come se il figlio di Dio, che si è pur sacrificato anche per ognuno di loro, col dire, a proposito della sua legge, Euntes docete omnes gentes avesse ordinato di fare tali ingiunzioni agli infedeli che vivono pacifici e tranquilli nelle loro terre; come se avesse comandato che poi, senza predicazione alcuna né dottrina, se questi non si fossero piegati subito a osservarla e non si fossero dati corpo e anima alla signoria di un re mai visto né conosciuto, a un re dai sudditi e dai messaggeri tanto crudeli, spietati e orribilmente tirannici [...]
Dovessero per castigo perdere i beni e le terre, la libertà, le donne e i figli insieme alle lor vite, tutti. E una cosa assurda, stolta, degna d'ogni ludibrio e vituperio: dell'inferno. Questo tristo e sventurato governatore veniva dunque con istruzione di fare le dette intimazioni repugnanti, irrazionali e ingiustissime. E per darvi maggiore legalità egli, o per esso qualche brigante che a ciò delegava, si conduceva in questa maniera. Quando quegli sciagurati banditi decidevano di andare a prender d'assalto e di depredare qualche villaggio dove sapevano che c'era dell'oro, giungevano in piena notte fino a mezza lega dell'abitato, mentre gli indiani stavano senza nulla sospettare nelle loro case [...]
E lì, soli nella notte e inuditi, davan lettura ad alta voce dell'intimazione, dicendo: «Cacicchi e indiani del tal villaggio di questa Terra Ferma, siate informati che c'è un Dio e un Papa, e un re di Castiglia che è signore di questa terra. Venite dunque a rendergli obbedienza, etc. Sennò sappiate che vi faremo guerra, vi uccideremo e vi ridurremo in cattività, etc.». E poco prima dell'alba, mentre quegli innocenti ancora dormivano con le lor donne e i figli, s'avventavano sul villaggio mettendo a fuoco le case di paglia, e bruciavan vivi i bambini, le donne e gran parte degli uomini prima ancora che si fossero resi conto di quanto accadeva. Ammazzavano chiunque capitava loro sotto mano, e quelli che catturavano vivi li torturavano a morte perché facessero il nome, tra i supplizi, d'altri villaggi ove vi fosse dell'oro, oppure perché dicessero se, oltre a quello che s'era trovato, essi ne tenevano dell'altro nascosto. I sopravvissuti venivano marchiati a fuoco come schiavi. Dopo che le fiamme s'estinguevano, o venivano soffocate, i cristiani andavano a cercare oro tutto attorno per le case. […]
È il caso di ricordare qui con quale titolo gli spagnoli penetravano in quelle terre, con quale diritto cominciavano a massacrare tutti quegli innocenti e a spopolare quelle contrade che a un vero cristiano, popolate com'erano di sì grande, infinito numero di genti, avrebbero dovuto piuttosto riempire il cuore di allegria e di gaudio. Dicevano agli indiani che dovevano venire a sottomettersi e a prestare atto di obbedienza al re di Spagna: ché sennò li avrebbero ammazzati e ridotti in schiavitù. E quanti non accorrevano subito a ottemperare a ingiunzioni tanto stolte e irrazionali e a mettersi in mano di uomini tanto iniqui e crudeli, selvaggi, venivano dichiarati rivoltosi e ribelli agli ordinamenti di Sua Maestà. Questo scrivevano e riferivano di laggiù al re nostro signore; e gli spagnoli che di qui amministravano le Indie, nella loro cecità non arrivavano a comprendere un principio che è espresso quanto mai chiaramente nelle leggi di Spagna: vale a dire che nessuno è, né può essere dichiarato ribelle, se non è prima suddito. Ora ogni cristiano che abbia qualche conoscenza di Dio e di ragione, o anche solo delle leggi umane, si domandi con quale cuore uomini che vivono in pace nelle loro terre, senza dover niente a nessuno e governati dai loro signori naturali, possano sentirsi dire d'un tratto, improvvisamente: «Apprestatevi a ubbidire a un re straniero, che non avete mai visto né di cui mai avete udito parlare: altrimenti sappiate che non tarderemo a distruggervi»; specie poi se vedono e sanno che non tardano davvero a rio; e, cosa ancora più spaventosa, che quelli di loro i quali si piegano a ubbidire a tale ingiunzione vengono sottoposti alla più barbara delle servitù, dove tra indicibili travagli e tormenti senza fine, cui è di gran lunga da preferirsi il breve strazio della spada, finiscono coi perire miseramente con le lor donne, i figli e tutta la discendenza loro. E questi aguzzini, agitati da cieca ambizione e diabolica brama, non s'avvedono che se pure gli indiani, o qualsiasi altra popolazione al mondo, terrorizzati dalle minacce si piegano a obbedire e a riconoscere l'autorità del re straniero, la cosa non dà loro su tali prostrate genti alcun diritto, se non quello di essere paventati e temuti. Per questi uomini perduti e vani ogni valore e ogni legge, naturale umana o divina che sia, altro non è che vento: e vivono condannati al fuoco dell'inferno, colpevoli delle offese e dei nocumenti che recano ai re di Castiglia col distruggere quei regni e di far tutto quanto possono per invalidare ogni loro diritto su tutte le Indie. Questi sono, e non altri, i servigi che gli spagnoli han reso e continuano a rendere ai sovrani in quelle terre.

Bartolomé de Las Casas, Brevissima relazione della distruzione delle Indie, Mondadori, Milano 1987

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L’esperienza della Chiesa cattolica durante la Rivoluzione Francese e il periodo napoleonico

Fra Sei e Settecento, la Chiesa di Roma si confronta in Europa con l’affermarsi delle monarchie nazionali e dello Stato assoluto, il cui prototipo è rappresentato dalla Francia di Luigi XIV.
I monarchi assoluti (e la «macchina» statale che a loro fa riferimento) ha nei confronti della istituzione ecclesiale un atteggiamento ambiguo:
• da un lato la Chiesa è considerata un formidabile strumento di coesione e stabilità sociale, ricca di istituzioni di carità e di istruzione assai utili per il bene delle popolazioni: la fedeltà agli insegnamenti morali e al magistero della Chiesa sono in genere riconosciuti, e alla istituzione ecclesiale si guarda come a uno «strumento di governo» che può assicurare forza e stabilità alla monarchia;
• dall’altro lato, però, lo Stato assoluto, proprio in quanto tale, non tollera né influenze né ingerenze di alcun tipo all’interno dei confini nazionali: l’autorità del re non può conoscere alcun tipo di condizionamento esterno, neppure quindi quello del pontefice o della Curia romana o dell’episcopato locale. Ogni qual volta, quindi, gli interessi della Chiesa o le sue esigenze o i suoi insegnamenti contrastano con gli interessi, le esigenze o la volontà dei monarchi assoluti, ecco che nascono contrasti o anche veri e propri conflitti.

La scristianizzazione

Nell’arco di circa tre anni, si avviò in Francia un preciso programma di scristianizzazione. Si cominciò a fine 1789 con la confisca dei beni ecclesiastici e, nel febbraio 1790, furono soppressi tutti gli ordini religiosi. Fra il 1789 e il 1792 fu soppresso il calendario gregoriano e fu imposto il nuovo calendario rivoluzionario: nuovi nomi ai mesi, e non più riferimento né ai santi festeggiati ogni giorno, né alle festività cattoliche. Molte Chiese e abbazie vennero saccheggiate e sconsacrate, e al posto della croce, ovunque nel Paese, furono innalzati i nuovi simboli della ragione e dei Lumi: gli Alberi della libertà: nel 1792 se ne contavano in tutta Francia più di 60.000! Alla fede cristiana fu sostituita una nuova religione laica e razionale, quella nell’Essere Supremo. Simbolo della nazione, invece del ritratto del re Luigi XVI, divenne l’immagine di una giovane donna: e si finì per chiamarla Marianne (piccola Maria), perché in qualche modo si voleva sostituisse, nell’immaginario collettivo, l’immagine della vergine Maria, a cui la Francia per tradizione era consacrata.
Nel 1790 fu approvata dall’Assemblea Costituente la cosiddetta «Costituzione Civile del Clero»: i preti e i vescovi venivano in pratica «arruolati» a forza come funzionari dello Stato, venivano stipendiati dalla Nazione, ma dovevano giurare fedeltà alla Costituzione e non più essere sottoposti al papa. I molti che si rifiutarono dovettero di fatto scegliere fra il carcere e la morte o la fuga e l’esilio. Intanto si approvavano le leggi che regolavano i matrimoni civili. Nel 1793, nella ormai sconsacrata cattedrale di Notre Dame a Parigi, veniva celebrata una solenne Festa dell’Essere Supremo.

PioVI

Lo scatenarsi della Rivoluzione francese nel 1789 e i suoi sviluppi nel corso degli anni seguenti aprirono un periodo ancora più pesante di minacce per la Chiesa cattolica in generale e per la Santa Sede in particolare. Ma, nel corso degli ultimi dieci anni, Pio VI, più esitante che mai sull'attitudine da prendere e combattuto tra le diverse posizioni del suo ambiente, darà prova, secondo l'espressione di Godechot, «più di coraggiosa ostinazione, che di reale senso politico».

Roger Aubert, La Chiesa Cattolica e la rivoluzione, in Storia della Chiesa VIII/1, dir. da Hubert Jedin, Jaca Book, Milano 2002

La rivoluzione francese colse Roma alla sprovvista, come tutti quanti del resto; la rapidità con cui si succedettero gli eventi e la loro complessità non facilitarono una pronta e accurata comprensione del fenomeno. [...] Nel corso del suo lungo pontificato, Pio VI non aveva dimostrato una straordinaria tempra religiosa, sembrando spesso più simile a uno dei prìncipi della sua epoca, innocuo e pretenzioso. Ciò nonostante, nell'avversità seppe dare il meglio di sé, e nella disgrazia mostrò dignità e grandezza d'animo.

Juan M. Laboa, La Storia dei Papi. Tra il Regno di Dio e le passioni terrene, Jaca Book, Milano 2007

Vari altri provvedimenti cercavano di estirpare, fin dalle radici, secoli e secoli di tradizione cristiana: il nuovo calendario aveva di fatto abolita la domenica come giorno festivo, sostituendolo da periodici giorni di «riposo» laici, e precise disposizioni vietarono alle donne di portare al collo qualsiasi genere di croci o simboli religiosi cristiani. I beni degli enti ecclesiastici, dalle diocesi alle abbazie, vennero trasferiti al patrimonio dello Stato, e poi in forma di vendita all’asta furono trasferiti nelle mani dei ricchi privati che avessero interesse ad acquisirli. Gli ordini religiosi di vita contemplativa, maschili e femminili, furono soppressi e i membri dispersi, perseguitati, giustiziati o obbligati alla fuga. Questo crescendo di azioni intese a distruggere la Chiesa e a cancellarne ogni forma di attività o di influenza durò in Francia per circa dodici anni, e fu esteso anche a tutti quei territori dove la Francia, grazie alle vittoriose imprese di Napoleone Bonaparte, riuscì a estendere il proprio dominio. Era dai tempi delle più violente persecuzioni dell’Impero di Roma che la Chiesa non conosceva una simile azione di persecuzione e di progetto di dissoluzione.

La separazione fra Stato e Chiesa

I governi laici e liberali operarono affinché Stato e Chiesa non solo fossero distinti e separati, ma anche privi di «territori comuni» e concretamente l’uno all’altro estranei. È questo forse uno dei più autentici e importanti e concreti frutti della Rivoluzione francese: una sorta di «punto di non ritorno» le cui conseguenze, pur in forme e condizioni diverse, sussistono sino a oggi.
Le caratteristiche proprie degli Stati laici ebbero conseguenze molto concrete nella vita della Chiesa di Roma e dei cattolici in genere in Europa: dall’incameramento da parte dello Stato di molti beni delle istituzioni ecclesiastiche e dall’abolizione di quei privilegi tipici dell’Antico Regime, sopravvissuti nei governi della Restaurazione, ai condizionamenti sull’azione dei vescovi e dei sacerdoti; dall’affermarsi di scuole laiche a fianco e poi, in alcuni casi, al posto di quelle gestite da ordini religiosi e da istituzioni cattoliche, all’affermarsi della libertà di stampa (con l’abolizione della censura), della libertà di opinione, e soprattutto della libertà di coscienza; dalla legislazione laica sulla famiglia e sul matrimonio all’introduzione dell’istituto del divorzio.
In alcuni casi, fu persino disposta la soppressione degli ordini religiosi di vita contemplativa o di clausura, giudicati non produttivi e parassiti della società, con la conseguente dispersione – o esilio – dei loro appartenenti. In altri casi, più rari, si arrivò all’espulsione dal territorio nazionale del clero secolare.
Queste situazioni si verificarono in modo diffuso, anche se in tempi e in forme diverse, in tutta l’area di quelle nazioni «latine» dell’Europa centro-meridionale: cioè in quelle dove più forte era stata in età moderna, durante l’Antico Regime, il legame appunto fra Stato e Chiesa, fra monarchie assolute e istituzioni religiose, fra episcopato e alte gerarchie ecclesiastiche e aristocrazie e ceti benestanti. La stessa situazione critica si manifestò anche, per le stesse ragioni, nelle nazioni nate all’inizio dell’Ottocento in America Centrale e Meridionale dalla dissoluzione degli imperi coloniali di Spagna e di Portogallo.

Una società ufficialmente non cristiana

Nell’Europa dei regimi liberali si definisce una società ufficialmente non cristiana, nella quale si riconosce una origine umana e non divina della autorità. Si supera sempre più chiaramente il concetto di religione di Stato, e si afferma invece il principio della libertà piena di coscienza. Le leggi civili non tengono più conto del diritto canonico: alcune attività, come gli ospedali o l’assistenza a poveri e orfani, un tempo esclusivo campo di azione della Chiesa, cominciano ad essere oggetto anche dell’intervento pubblico dello Stato. Infine, molti privilegi tipici della Chiesa dell’Antico Regime, cessano o vengono abbandonati.
In generale, la azione della Chiesa può dirsi ora magari meno privilegiata di un tempo, ma senz’altro più indipendente e in certo misura più pura e incisiva. La cura pastorale di molti vescovi e di moltissimi sacerdoti si fa più autentica e intensa, e sempre più rispettosa della dignità della persona umana. Sempre più spesso, i laici diventano protagonisti di importanti iniziative di carità e di apostolato, vivificando di buone pratiche e di buoni esempi l’intera società. Allo stesso modo, laici e religiosi si impegnano sempre più spesso a promuovere e a finanziare, o a partecipare di persona a iniziative missionarie, soprattutto in Asia e in Africa.

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Il pontificato di Pio IX

Nel brevissimo conclave del 1846 era stato eletto papa il non ancora cinquantenne vescovo di Imola Giovanni Mastai Ferretti, che assunse il nome di Pio IX. Il suo pontificato, uno dei più lunghi che la storia della Chiesa ricordi, fu denso di avvenimenti decisivi. All’inizio suscitò autentici entusiasmi la serie di provvedimenti «liberali» che sembrarono segnare un nuovo corso politico e culturale per la Chiesa cattolica. A lui si rivolsero con speranza molti cattolici aperti alle idee positive di libertà e di democrazia, confidando che il papa avrebbe decisamente avvicinato il mondo moderno alla Chiesa, favorendo un nuovo tempo di conversione e di evangelizzatore. In realtà gli eventi politici del tempo, e soprattutto lo svolgersi del processo risorgimentale e dell’unione politica dell’Italia alienarono al papa (e con lui alla Chiesa tutta) il consenso di vasti strati della popolazione, e non solo in Italia.

La radicalità di molte espressioni si giustificano con il clima di costante, profondo, anche violento attacco che da decenni, in forme e con azioni diverse, la Chiesa cattolica era stata costretta a subire. Il Sillabo fu un tentativo di difendere la qualità e il valore della missione stessa della Chiesa.
Il documento pontificio ebbe in realtà, quasi ovunque, effetti diametralmente opposti. Provocò grandissime contestazioni e critiche di oscurantismo (= cioè del buio della ragione) nel mondo laico; ma provocò anche grande sconforto e delusione in quei non pochi cattolici liberali che ai valori della libertà, della democrazia, della giustizia politica e sociale – senza nulla togliere ai legittimi diritti d’azione della Chiesa – avevano con coraggio dedicato tante energie, anche per immergere positivamente la missione della Chiesa stessa e il messaggio della Rivelazione nella quotidiana avventura del mondo moderno.

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Le idee fondamentali della Rerum novarum

Quattro sono le idee fondamentali attorno alle quali si svolge l’insegnamento pontificio:
1. si riconosce che la proprietà privata è un diritto naturale, ma anche che essa ha una fondamentale funzione sociale;
2. spetta allo Stato promuovere il benessere dei cittadini, di tutti i cittadini, tanto nella dimensione pubblica quanto in quella privata – e si condanna quindi implicitamente l’assenteismo dello Stato liberale nei confronti della questione operaia;
3. se da un lato si ribadisce che gli operai sono tenuti a precisi doveri nei confronti degli imprenditori, si ricorda a questi che è necessario riconoscere all’operaio un giusto salario tale da consentire un dignitoso tenore di vita, nel rispetto della persona umana e non in funzione esclusiva e assoluta del profitto;
4. si condanna la lotta di classe propugnata dal pensiero socialista, ma si afferma con chiarezza il diritto degli operai a costituirsi in associazioni per difendere i propri diritti, e si invitano gli stessi a organizzarsi in tal senso.
Il documento pontificio ebbe enorme risonanza e influenza, forse anche molto maggiore a quella attesa o auspicata. Si può dire che è il primo atto di una serie di interventi e prese di posizione del magistero pontificio in ordine alla questione sociale che, sempre più chiaramente, orienteranno l’azione dei cattolici in Europa e nel mondo a servizio di un più equo e dignitoso trattamento di tutti i lavoratori.
All’ideologia del profitto si contrappone l’etica della persona umana, al prodotto l’individuo con le sue esigenze, diritti e dignità, allo sviluppo meramente economico il progresso e la maturazione di una nuova e interiormente più ricca umanità.

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Fra guerre mondiali e totalitarismi

La seconda metà dell’Ottocento e almeno il primo decennio del Novecento sono segnati da una serie di fenomeni che contribuiscono a rendere sempre più familiari i termini «mondiale» e «globale», che poi nel corso del Novecento diventeranno norma.
È globale il colonialismo europeo, che stabilisce una rete fitta di rapporti di dipendenza politica e economica che pongono gran parte dell’Asia, praticamente tutta l’Africa e l’Oceania e alcuni territori dell’America Latina alla mercé delle grandi potenze europee: la Gran Bretagna in primo luogo, padrona del più grande impero marittimo e territoriale che la storia ricordi, e poi la Francia, il Belgio, la Spagna, l’Olanda, il Portogallo, la Germania, e da ultima anche l’Italia.
Con il colonialismo, e anche a seguito delle sue conquiste, il cristianesimo, nelle sue principali confessioni, arriva in ogni angolo del pianeta, e diventa anch’esso globale – purtroppo all’ombra del dominio coloniale, anche se non solidale con i suoi principi.
Globale è l’ambizione delle maggiori potenze occidentali a diventare impero dominante ed egemone del mondo: mentre tutta europea è l’ideologia del nazionalismo, che pone gli interessi politici, economici e culturali di ciascuna nazione come valore assoluto e irrinunciabile, anche a costo della peggiore delle conseguenze, la guerra.
Il mix di queste tre componenti – il colonialismo, l’imperialismo e il nazionalismo – sono alla radice di quella spaventosa età di conflitto, purtroppo anch’essa globale, che si estende dirompente o latente in quasi ogni angolo del pianeta fra il 1914 e il 1945: con le due guerre mondiali – la prima fra il 1914 e il 1918, la seconda fra il 1939 e il 1945 – e con un intervallo di circa vent’anni solo apparentemente pacifico perché di fatto funestato in vaste aree da altrettanto devastanti conflitti locali. Alle grandi potenze coloniali europee si affiancano sulla scena mondiale gli Stati Uniti d’America e il Giappone, la Russia e la Cina che nel corso del Novecento acquisteranno straordinaria importanza.